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PSICOLOGIA E POLIZIA

“A tutti i Colleghi e non”

          L’articolo che vi propongo in questa sede offre una diversa interpretazione dei fenomeni di morte quando questi coinvolgono i nostri poliziotti.  Il nuovo punto di vista apre nuove interpretazioni a tutti quegli eventi che chiamano in causa gli operatori di polizia, sia quando vengono investiti direttamente come vittime di atti criminosi, sia come protagonisti in casi di suicidio. La domanda a cui si cerca di rispondere in questa sede é: “come devono essere affrontati questi inaspettati, sconvolgenti, improvvisi e drammatici eventi critici?

“Quando Thanatos colpisce un poliziotto”

             Le luci ormai si sono spente, i riflettori intiepiditi, i riti compiuti ed esaurite le emozioni. La morte dell’Ispettore Capo della Polizia di Stato Raciti è stata celebrata: volti commossi, inumiditi dal sale delle lacrime contenute a stento; lacrime ingoiate e strozzate, affinché non rivelassero, esplicitamente, l’angoscia di morte. Ed era proprio quest’angoscia che, inesorabilmente, invadeva i corpi di coloro che erano stati travolti dall’omicidio di Catania. Le “immagini” dunque, hanno “sfilato” nella via Etnea, nelle televisioni, nei pensieri e nei sentimenti di tutti coloro che, in un modo o nell’altro, si erano “sintonizzati”. E poi? Eccoli gradualmente susseguirsi, fotogramma per fotogramma, i commenti, le polemiche, la rabbia omicida dei tifosi, l’incredulità e le perplessità dei poliziotti, le affermazioni contraddittorie del mondo del calcio, la confusione ed il disorientamento generale. Un’immagine caleidoscopica disgregante, un unico grande caos inquietante, attenuato poi, solo per un attimo, dal cammino compresso, sofferente, ma deciso di una madre; dai lenti passi di un bimbo vestito da poliziotto e dal volto di una giovane figlia che salutava per l’ultima volta, con voce tenera e commossa, il proprio “papino”. Ora che tutto ciò è terminato! Che cosa rimane? La morte non toglie qualcosa ai vivi, se non i “pezzi” dei legami che, lo scomparso, aveva condiviso con i propri cari e che si è portato via con la sua dipartita. La presenza fisica, materiale e vitale, trasmuta in un’altra presenza: “la presenza del vuoto!” La gelida presenza del vuoto! Tanto più intenso quanto più profondo è il legame. Si viene, in questo modo, improvvisamente proiettati nel mondo della morte, inesperti, impauriti, a tratti terrorizzati. Si assapora cosi il gusto acre, sdolcinato e nauseabondo della fine: una commistione di umori biologici e reazioni psichiche.

            In realtà noi fuggiamo continuamente di fronte la morte. L’unica reazione è quella di chiudere al più presto il “baratro” che si è aperto improvvisamente. I riti funebri, le fasi del lutto, le immagini spettacolari dei media, le accademiche diagnosi psicologiche, hanno, tra i tanti, come obiettivo quello di ridurre l’ansia e le tensioni: manifestazioni sintomatiche, rispetto un fenomeno che coglie impreparati, che non siamo abituati a riconoscere, che spaventa e sconvolge. Ciò fa perdere la testa! Siamo troppo abituati a dare un nome, un significato, un senso agli avvenimenti. Sentiamo la necessità di chiuderci subito al dolore. “Tappare”! Tappare immediatamente la “voragine!”

            “Dottore! Noi non veniamo formati nel fronteggiare queste cose? Durante il corso dovrebbe essere anche affrontata la Psicologia della morte. Ma esiste come materia di studio?” Così mi domandò un allievo frequentatore dell’8° corso V.Ispettori  a Nettuno, dopo aver visto in televisione, insieme con l’intera classe, le fasi drammatiche dei funerali dell’Isp. C. Raciti. Corrado, l’allievo, apriva con questo quesito un tema molto importante che coinvolge tutte quelle professioni che, per loro natura, vengono continuamente “toccate” da Thanatos: “Stili delle organizzazioni e degli individui nella gestione degli accadimenti di morte”. Come non può la psicologia, ed in special modo la Psicologia del Profondo, occuparsi di questi argomenti? È ovvio che per analizzare fenomeni che sfuggono all’occhio vigile ed attento delle coscienze, anch’esse vittime loro malgrado, degli effetti devastanti delle angosce di morte, si devono utilizzare strumenti diversi da quelli prettamente medici, che sono più orientati, e per questo glie ne siamo grati, ad analizzare e prolungare la vita, o quelli delle cosiddette psicologie cognitiviste, troppo impegnate a dare spiegazioni teorico-razionali e a conformarsi alla procedura del modello medico. Le immagini di morte in realtà sfuggono la cognizione, prendono all’improvviso! La loro caratteristica è l’incontrollabilità! Non è solo la morte fisica, materiale, ad essere oggetto d’attenzione, ma è soprattutto l’”immagine” mentale che ne deriva, ad assumere, in questo caso, ruolo di protagonista. Il presupposto teorico generale da cui si parte è il seguente: gli eventi reali, i fatti che accadono nella vita di tutti giorni vengono interpretati, riletti e filtrati dai nostri occhi attraverso la nostra soggettività; per cui medesimi eventi generano reazioni diverse, a causa della differente rilevanza che, gli stessi, hanno negli individui. Si possono sperimentare, pertanto, “immagini psichiche” discrepanti da individuo a individuo, anche se determinate dal medesimo evento-stimolo.  Per esempio soggetti che nella loro infanzia hanno subito violenze fisiche e/o psicologiche, possono sviluppare patologie diverse o addirittura reazioni, non necessariamente annoverabili, nella nosografia psichiatrica. In questi casi ciò che assume notevole importanza, per uno psicologo del “Profondo”, consiste proprio l’analizzare quelle “immagini psichiche” reattive agli accadimenti.

            Quando “Thanatos” colpisce un poliziotto, dobbiamo indagare sul fenomeno, analizzare ed elaborare i sentimenti, le sensazioni, i pensieri, che non hanno trovato possibilità d’espressione e che non possono ancora essere narrate, non possono ancora essere “psicologizzate”. Questo processo d’analisi deve attivarsi non solo sul piano individuale, ma anche su quello collettivo. Il poliziotto appartiene ad un’Organizzazione, la sua morte, in parte, è anche quella dell’Organizzazione stessa. Pertanto diventa necessario chiederci: quali “immagini” psicosociali sviluppa? Che senso hanno i “riti e le “forme” di gestione delle esequie dei nostri morti? Quali sono gli stati d’animo che l’Organizzazione subisce e che, quindi, ancora non riesce a raccontare? Quali le sue paure e i suoi timori? Dobbiamo “psicologizzare”, cioè trasformare in immagini narrabili gli elementi psichici degli eventi catastrofici! La parola psiche ci riporta al significato antico di “anima”; l’“anima” secondo la filosofia Greca è costituita di “immagini”; il “logos” che compone la parola psicologia, oltre a ricondurci alla parola “studio” ci riporta al concetto più antico di “narrazione”. Ecco quindi, nascere la risposta: “narrare le immagini”, ma una narrazione che cerca di rivitalizzare immagini interiori, sia che appartengano all’individuo che al collettivo. Il ricordo dei nostri morti è un patrimonio indispensabile per noi poliziotti. Ci rammenta che è una professione, la nostra, che per il suo stesso mandato, può incontrare spesso “Thanatos” sulle strade e allora ci rifugiamo nel tecnicismo professionale; come nel caso dell’operatore di Polizia Stradale che interviene nei drammatici incidenti troppo spesso caratterizzati da visioni sconvolgenti oppure, ancora, operatori Polfer che operano nei disastri ferroviari. Sono immagini costituite molto spesso dalla devastazione di corpi umani, sono immagini di morte e chi le ha vissute ne riconosce gli odori, i sapori, gli “umori”. E’ proprio attraverso questi canali invisibili che, queste “figure mentali”, ci sorprendono ed entrano dentro di noi, nonostante ci “schermiamo” con una corazza di apparente freddezza professionale. Le immagini di morte non hanno ostacoli, anzi più ne frapponiamo, più risultiamo indifesi rispetto ad esse. E quando poi già “pregni” di esperienze drammatiche frutto del lungo lavoro, Thanatos s’avvicina a noi in modo più diretto coinvolgendo un collega, un famigliare, o addirittura noi stessi, lo schermo professionale non può più nasconderci, e diventiamo preda di un vissuto, che già enormemente presente dentro di noi, ci può trascinare nella disperazione più profonda. A questo punto non posso non pensare ai nostri fenomeni di suicidio, ai nostri colleghi che hanno scelto la via più breve per risolvere definitivamente i loro “mali”. Le immagini di morte ci avvicinano alla morte e ci rendono più sensibili ad essa; quando le subiamo, come effetto collaterale del nostro lavoro, esse ci invadono, senza che ne siamo consapevoli, e per questo, ci rendono più vulnerabili ed indifesi rispetto ad esse. Il suicidio è imprevedibile, incontrollabile, può coinvolgere chiunque, anche se sentiamo l’impellente bisogno di dare un etichetta di malato al suicida: “Chi si uccide non ha sicuramente tutte le rotelle a posto!” “Se si è suicidato è per i suoi problemi personali, era malato!” Ma di cosa? Di quale patologia? “Depressione!” Rispondiamo! E così chiudiamo il “baratro”! Fondamentalmente ce ne laviamo le mani. Non vogliamo avere nulla a che fare con la morte, ed in maggior modo con quella auto-indotta. Dobbiamo intraprendere invece la direzione opposta! Lasciamo aperto il baratro! Si, è vero emerge sofferenza, dolore, a volte disperazione e ciò può essere scambiato per debolezza! “Non possiamo permettercelo, siamo poliziotti, che immagine offriremmo!” Ci potremmo dire! Ma in questo modo ci perdiamo tutta la conoscenza del fenomeno! E come possiamo affrontare, fronteggiare, prevenire ciò che non si conosce? E’ ovvio che necessitano per questo tipo d’approccio degli spazi ben definiti, appositi setting di riferimento, delle vere e proprie palestre di esplorazione psicologica. Bisogna mettersi in testa che un po’ bisogna “sporcarsi”, con la consapevolezza che il “fare” psichico, una volta emerso, non si toglie, non si cancella! Ciò lo dico a tutti quegli addetti ai lavori che erroneamente pensano di affrontare tali fenomeni rimanendo tranquilli e seduti sulla propria sedia, ancorati alla propria teoria psicologica e/o psichiatrica, di riferimento. La conoscenza, soprattutto in questo settore, è coinvolgimento quindi è un rischio, poiché una volta acquisita non si torna indietro! L’atteggiamento astinente ed obiettivo di tipo professionale non è niente altro che una difesa per prendere le distanze da ciò che fondamentalmente spaventa. La morte è un fatto inevitabile della vita e la paura che abbiamo verso di essa in realtà è una difesa per non riconoscerla. Analizzare, elaborare, “psicologizzare”  ecco gli strumenti di un approccio nuovo: la Psicologia Analitica del Profondo.  

Roma 7 maggio 2009                                           

                                                                                             Sandro LUZI

 

     

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